L’Archeoantropologia, l’Archeozoologia e l’Archeobotanica

L’Archeoantropologia, l’Archeozoologia e l’Archeobotanica

By ottobre 1, 2014 Blog No Comments

di Giuseppe D’Amore

I reperti ossei umani e animali e i resti vegetali che provengono dagli scavi archeologici sono a pieno titolo da considerarsi Patrimonio Culturale (“Cultural Heritage” per i Paesi di lingua inglese) da tutelare, in quanto fanno parte della Storia non solo Biologico-Naturalistica ma anche Culturale. Tali reperti, infatti, sono fonti di informazioni, ulteriori e complementari rispetto a quelle fornite dai manufatti, dalle strutture architettoniche e da quelle funerarie, sulla vita delle comunità antiche.

Il nuovo Codice dei Beni Culturali, nell’Articolo 10 sulla definizione dei Beni culturali, fa proprio riferimento specifico ai reperti antropologici e a quelli paleontologici.

Come Beni culturali, quindi, essi devono essere recuperati certamente con criteri archeologici, ma anche con  criteri specifici propri del tipo di reperti. Devono poi essere restaurati da professionisti con competenze specifiche, conservati in ambienti idonei, studiati dagli specialisti e infine resi oggetto di valorizzazione e di fruizione.

Le branche dell’Archeologia che si occupano di questi reperti sono l’Archeoantropologia, l’Archeozoologia e l’Archeobotanica.

Il recupero, il restauro, la conservazione e la valorizzazione dei resti umani, animali e vegetali di interesse archeologico.

Recupero. La presenza dell’antropologo sul campo durante lo scavo di sepolture, o anche nel caso di resti scheletrici non intenzionalmente sepolti, è molto importante affinché non vada perduta una serie di informazioni che possono essere acquisite soltanto sul terreno, e che la rimozione cancella inevitabilmente. Il discorso vale ovviamente anche per l’archeozoologo in presenza di ossa animali. Il più delle volte, invece, a causa della mancanza di queste specifiche competenze professionali all’interno delle soprintendenze archeologiche, si è completamente delegato il recupero e la conservazione delle ossa alle università, successivamente disinteressandosene. Questo purtroppo comporta una lacuna nella tutela e nel controllo che, come si è detto, spetta sempre alle soprintendenze, e può produrre anche dei danni. Altre volte, invece, il recupero delle ossa è stato effettuato da personale non formato, con la conseguente inevitabile perdita di informazioni. Anche il “volontariato” può essere senz’altro di aiuto, nella segnalazione di ritrovamenti e anche nel recupero, ma recupero non si può mai improvvisare, considerare un “fai da te”: anzitutto perché non significa “fare una buca e tirare fuori il reperto”, ma è un vero e proprio scavo archeologico stratigrafico, deve essere condotto con tecniche appropriate e corredato da una opportuna documentazione. E quindi gli antropologi e gli archeozoologi, che hanno la necessaria preparazione, dovrebbero sempre affiancare gli archeologi.

Tutte le soprintendenze dovrebbero perciò dotarsi di collaborazioni qualificate e affidabili, e seguire comunque il lavoro, esigendo progetti ben articolati, relazioni, documentazione, stati di avanzamento ecc., non rinunciando quindi alla responsabilità diretta della tutela e della valorizzazione di questo particolare tipo di beni archeologici, che pure è prevista tra i doveri istituzionali del Ministero dei Beni Culturali.

Restauro. I processi conservativi e lo studio dei reperti devono attuarsi in un laboratorio specializzato. La conservazione è un’azione di mantenimento in efficienza dei reperti. Essa si compone innanzitutto della tutela, cioè quell’insieme di azioni volte ad assicurare il mantenimento fisico ottimale e prolungato nel tempo. In secondo luogo dovrebbe prevedere il restauro, cioè l’insieme dei procedimenti di pulitura, consolidamento, ricomposizione delle parti, schedatura ed identificazione. Infine, ma non meno importante, la manutenzione per prevenire e arrestare eventuali processi degenerativi.

I trattamenti conservativi dei reperti osteologici non si differenziano sostanzialmente da quelli che riguardano gli altri reperti archeologici, sia per le tecniche che per le finalità, ma possiedono alcuni aspetti peculiari e richiedono quindi competenze specifiche: ad esempio occorre una conoscenza approfondita dell’anatomia scheletrica e occorre una consapevolezza degli obiettivi, cioè del tipo di informazioni che le ossa ci possono dare.

È importante poter contare su operatori con una preparazione specifica, documentabile nel proprio curriculum di studio e professionale. Questa preparazione può essere ottenuta come un’ulteriore specializzazione del restauratore generico oppure in seguito ad un percorso formativo, indirizzato fin dall’inizio a questo tipo di reperti.

Conservazione e Valorizzazione. Gli scheletri sono stati definiti, con una illuminante espressione, “archivi biologici”, in quanto depositari di informazioni sulla vita degli esseri a cui appartennero, che possono essere lette e decifrate. La raccolta di queste informazioni costituisce l’attività di studio dell’Archeoantropologia, i cui campi di ricerca sono numerosi: si va da quello che è stato storicamente il primo campo di interesse degli antropologi, quello dell’antropometria e della morfologia – cioè lo studio delle dimensioni e della forma, per ricercare le somiglianze e le differenze tra i gruppi umani e ricostruire in tal modo la dinamica del popolamento nel passato – , alle più recenti analisi sul DNA estratto dalle ossa (detto “DNA antico”), nel campo della paleogenetica, che hanno sostanzialmente lo stesso obiettivo.

Esiste poi l’analisi della composizione dei campioni per età e per sesso – la paleodemografia –, per risalire quando possibile alla struttura e alla dinamica demografica delle popolazioni, e comunque per stabilire relazioni tra l’”identità biologica” di un soggetto e il contesto archeologico.

I settori più recenti riguardano le relazioni dirette con l’ambiente, la società e la cultura dei vari popoli, quale quello degli indicatori nutrizionali, capitolo importante per la connessione esistente tra alimentazione, salute, strategie di sussistenza, integrazione ambientale e condizioni sociali. Per indicatori nutrizionali si intende tutta una serie di modificazioni morfologiche, strutturali e biochimiche attribuibili al tipo di alimentazione.

Un altro settore innovativo è quello degli indicatori di stress funzionale, cioè le molteplici modificazioni fisiologiche e patologiche prodotte da specifici atteggiamenti e movimenti sotto sforzo del corpo umano, e quindi indicative delle abitudini occupazionali. A livello popolazionistico questi dati ci forniscono un quadro delle attività lavorative e quindi del tipo di economia.

La paleopatologia è un campo affrontato con obiettivi prevalentemente epidemiologici, cioè volto a ricostruire da un lato la storia dell’insorgenza, della diffusione e dell’evoluzione delle malattie – ruolo di maggiore interesse per la medicina – dall’altro l’insieme delle malattie che caratterizzano i vari gruppi umani, come parte della loro connotazione culturale.

Infine è di interesse la ricostruzione dei rituali funerari: dato che la maggior parte dei ritrovamenti archeologici è di tipo funerario, appare ovvio e comprensibile considerare il modo di seppellire i morti uno strumento per risalire ad aspetti della società dei viventi e persino per identificare una cultura, pur sapendo bene che la relazione fra il mondo dei morti e quello dei vivi non è affatto diretta e automaticamente interpretabile. Naturalmente si cerca di ricavare dati dalla deposizione dei defunti, dalle relazioni tra i corredi ed il sesso o l’età, dalla collocazione differenziale nelle necropoli ecc.

Generalmente gli studi antropologici hanno come oggetto non tanto gli individui quanto le popolazioni, cioè tendono a ottenere risultati di insieme, su numeri più grandi e quindi più rappresentativi possibile delle popolazioni, ma le popolazioni sono fatte da individui, perciò anche i casi singoli o i piccoli campioni hanno un significato.

L’Archeozoologia è un campo di crescente interesse e rapido sviluppo ed è da considerarsi irrinunciabile in quanto i resti faunistici provenienti dagli scavi sono testimonianze che raccontano degli aspetti ambientali e culturali dell’Uomo (possono ad esempio fornire dati relativi alla distribuzione degli animali selvatici e quindi alle caratteristiche ambientali e al clima, alla presenza e all’uso degli animali domestici e quindi all’economia e alla storia sociale, ai modi di sussistenza e ai rituali).

Anche il contributo fornito dall’Archeobotanica si sta recentemente rivelando una importante opportunità di approfondimento delle conoscenze del nostro passato, in quanto utile fonte di informazioni sull’ambiente e il clima, sull’alimentazione e su aspetti culturali quale quello connesso con antiche pratiche di farmacopea.

In definitiva lo studio dei reperti umani, animali e vegetali di interesse archeologico è da considerarsi strettamente legato da un lato alla tutela e alla conservazione, perché non si può restaurare e conservare un reperto in maniera adeguata se non se ne conosce il significato e il valore; dall’altro è ovviamente legato alla valorizzazione e alla fruizione, che sono gli altri obiettivi delle istituzioni ministeriali e che possono a pieno titolo concorrere alla crescita sociale, culturale ed economica di un territorio.

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